
Ricordo con nostalgia quando da piccola, insieme a mia madre, ci stendevamo sui sacchi a pelo fuori al balcone la notte di San Lorenzo e attendevamo con ansia di vedere una stella cadere, per esprimere un desiderio.
Non credo di averne espressi molti da allora. Crescendo mi è venuta la convinzione che esprimerne uno portasse sfiga perché, a quanto pare, di quelli che ho espresso da piccola, pochi si sono avverati davvero, alcuni si sono avverati per metà, quasi tutti non si sono avverati per nulla.
Ricordo di aver desiderato, in una di quelle calde notti di agosto, di ricevere per Natale un cavallo vero. Attesi mesi con trepidazione e quando finalmente scartai i miei regali, effettivamente un cavallo sotto l’albero c’era. Giocattolo. Lo chiamai “Finto”.

Era più o meno così
Questa premessa per dire cosa? Che di desideri non ne esprimo più molti, ma che forse tornerei a farlo se dal mio balcone, ad agosto, si vedessero ancora le stelle cadere.
In vent’anni, circa, sono cambiate tante cose nella mia vita. E, con molta probabilità, le cose che sono cambiate per me, sono cambiate per molti. Velocemente, di soppiatto, senza lasciare traccia, sono scomparse le passeggiate della domenica al parco e in edicola per il giornale. Le telefonate a casa degli amici e l’imbarazzo di chiedere, quando rispondeva un genitore, “Buonasera sono Alberta, c’è Federica?”. Gli album fotografici. Il tempo di ascoltarsi, conoscersi costruire.
All’improvviso, sono scomparse le stelle. E non ce ne siamo manco accorti. Così come non ci accorgiamo del resto, di quanto questi anni così veloci e frenetici, iper connessi e super tecnologici, abbiano trasformato il nostro modo di vivere e pensare. Di relazionarci agli altri.
I giornali non si comprano più e delle notizie leggiamo soltanto i titoli. Con gli amici parliamo poco, li ascoltiamo sempre meno e quasi sempre con il x2. Le foto le scattiamo per i likes, mica per i ricordi. E degli altri ci importa poco, ma ci interessa sapere tutto. Dove vanno in vacanza, che ristornati frequentano, come si chiamano i loro partner, che studi fanno. E il lavoro? Lo sport? Il successo? Il fallimento?
Le stelle non ci sono più e noi abbiamo smesso di sognare. Abbiamo disimparato a desiderare perché ci hanno insegnato ad avere tutto e subito, a consumare il qui ed ora. In pochi anni ci hanno tolto il futuro e fatto credere di poter comprare la felicità a pochi euro, h24, sette giorni su sette. E noi ci abbiamo creduto.
Ci hanno venduto la libertà, ma sotto l’albero abbiamo trovato una prigione.
E se in molti ricordiamo John Keating sussurrare ai suoi alunni “carpe diem. Cogli l’attimo che fugge, cogli la rosa quand’è il momento”, siamo comunque cresciuti con la convinzione che l’attimo si consuma, la rosa la si “produce” quando si vuole, e il momento è sempre ora, subito! Ingarbugliati nelle trame di questo mondo che sembra volerci sempre produttivi, sempre connessi, consumiamo gli istanti, divoriamo le relazioni e confondiamo le infinite possibilità di consumo con un senso di libertà acquisita. Per poi affidarci ai consigli di compatibilità di Netflix per decidere cosa guardare stasera.
Sono rari i momenti di consapevolezza in cui ci accorgiamo finalmente che forse qualcosa non va. A me è capitato da poco.
Qualche settimana fa, con alcuni amici, ho trascorso un week end in un piccolo borgo in Abbruzzo con poco più di 200 abitanti. Siamo arrivati di mattina, il 6 gennaio. E con la presunzione tipica di chi viene dalla città, ci aspettavamo di trovare un alimentari aperto, di poter cenare al ristorante. Ma abbiamo ricordato a nostre spese com’era la vita prima che i supermercati cominciassero ad essere aperti sempre, domenica e festivi inclusi. E imparato che anche chi lavora nella ristorazione, può prendersi un giorno di festa. Che non ci è dato tutto e sempre.

Abbiamo dovuto disperatamente cercare un posto dove fare rifornimento di cibo per il week end. Un Ipercoop a circa un’ora da dove ci trovavamo. Volevamo passeggiare nella “natura” e invece abbiamo imparato una lezione. Che forse sapevamo già, ma avevamo dimenticato.
Che poi, recentemente al cinema, ho visto il film “Le otto montagne” e ho scoperto che siamo solo noi di città che la chiamiamo natura.
“È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito.”
Come le stelle.

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