In un recente capitolo di questa rubrica avevo avvisato di essere una consumatrice seriale di serie TV.
Forse non vi avevo avvisato di essere una binge-watcher. Ma insomma 1+1 fa 3, no? (ahah.)
Ebbene, è successo di nuovo: ieri sera ho finito di vedere Hollywood, la nuova miniserie Netflix.
Ne sono rimasta piacevolmente sorpresa!
Un mix di colori, luci, suoni, abiti, volti e CORPI da SOGNO.
Non vi preoccupate, non ci saranno SPOILER.
La miniserie è diretta da Ryan Murphy, che per Netflix ha fatto anche The Politician.
Non avevo letto nessuna recensione prima di iniziare a vederla e quindi mi ha un po’ spiazzata.
Ci troviamo in una Hollywood degli anni ’40, e fin qui tutto bene. Tempo 15 minuti e ci si accorge però che succedono cose che uno non si aspetterebbe dall’industry degli anni ’40 – almeno non da quella sotto i riflettori.
Cosa c***o sta facendo Murphy?
Possibile che quello che vedo sia successo davvero?
Chiedendo un aiuto veloce a Mr. Google, la risposta arriva subito, bella forte e chiara:
Ovviamente no.
I primi articoli che trovo affermano a chiare lettere che quello di Murphy è un tentativo di riscrivere la storia di Hollywood, degli anni d’oro dell’industria cinematografica più famosa al mondo.
Non si risparmiano parole su come il regista non stia facendo altro che mostrarci *come avrebbe potuto essere e come non è stato*.
Ed è qui che non sono d’accordo.
Il pubblico a cui si rivolge Hollywood con Netflix è un pubblico che nella maggior parte dei casi non sa nemmeno *come è stato*, com’era questa Golden Age. Molti non conoscono Rock Hudson o Anna May Wong. Forse nemmeno Vivien Leigh. Sicuramente non Henry Willson.
Ed è per questo che Hollywood non ci mostra come il mondo avrebbe potuto essere. Hollywood ci fa vedere come potrebbe essere! I sette episodi sono un vero e proprio sogno di emancipazione professionale e sociale di persone che tutti i giorni vivono la discriminazione sulla propria pelle.
Quella di Hollywood non è la realtà degli anni ’40.
È il mondo di oggi, con abusi e soprusi annessi.
Fin dalla prima puntata il regista prova a farci capire quanto potere ci sia in un’immagine che può essere processo e strumento di emancipazione al tempo stesso.
Il potenziale trasformativo della rappresentazione cinematografica è tanto più forte quanto più ci si sente rappresentati.
L’augurio è che chi si è visto rappresentato trovi il coraggio di provare a cambiare, se stesso e le cose intorno.







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